L'audizione di Nicotri

Caso Orlandi, Pino Nicotri torna in Commissione: “Indagini insufficienti sullo zio”

Il giornalista investigativo torna a parlare del libro 'Il rapimento che non c'è' e sul ruolo di Mario Meneguzzi.

Caso Orlandi, Pino Nicotri torna in Commissione: “Indagini insufficienti sullo zio”

Durante la sua audizione odierna, Pino Nicotri, giornalista investigativo e autore del libro ‘Il rapimento che non c’è’, ha portato alla luce nuove considerazioni riguardo al caso di Emanuela Orlandi. “Di recente ho scoperto che Mario Meneguzzi, alla fine del suo turno alla buvette della Camera, a volte accompagnava Emanuela Orlandi all’uscita dalla scuola di musica, portandola oltre il Tevere verso casa. Ho trovato elementi concreti che supportano questa ipotesi”, ha dichiarato Nicotri.

“Elementi concreti e pubblici – ha continuato – non sono mai stati rilevati né dagli Orlandi né dagli inquirenti: è un’omissione sorprendente e inspiegabile. Ho accertato che lo zio smetteva di lavorare alle 19, coincidente con l’uscita di Emanuela dalla scuola due volte a settimana. Google Maps dimostra che, per tornare a casa al km 19 dell’Aurelia, doveva passare per Corso Rinascimento, Corso Vittorio Emanuele, attraversare il ponte sul Tevere e quindi transitare vicino al Vaticano. È plausibile che Emanuela venisse portata vicino a piazza San Pietro, o addirittura davanti a porta S. Anna”.

Nicotri ha anche sottolineato l’importanza di verificare l’alibi di Meneguzzi: “Il suo alibi di Torano non è mai stato verificato, poiché non sono mai stati interrogati la moglie Lucia, la figlia Monica e la cognata zia Anna. Pertanto, potrebbe essere un alibi vero o falso. Inoltre, è certo che Ercole Orlandi, la sera del 22 giugno 1983, ha telefonato solo a suor Dolores e a Mario Meneguzzi. È stato accertato che Ercole ha cercato Meneguzzi a Roma verso le 21:30-22 e lo ha trovato solo dopo mezzanotte nella sua casa di Spedino di Borgorose, distante quasi 100 chilometri da Roma”.

“La telefonata a suor Dolores ha una logica chiara: Emanuela era stata a lezione nella scuola di musica diretta da lei e si cercava di sapere a che ora fosse uscita. Ma perché contattare Mario Meneguzzi? Quali informazioni poteva fornire su Emanuela? Forse il suo intento era solo quello di avvisarlo che Emanuela non era ancora tornata a casa, ma sorprende che questo avvertimento non sia stato fatto anche a zia Anna Orlandi, che secondo le dichiarazioni di Meneguzzi e suo figlio Pietro, quella sera avrebbe dovuto trovarsi a Torano, anziché in Vaticano”.

Nicotri ha messo in evidenza una discrepanza: “Se Ercole non ha chiamato Anna, ciò potrebbe significare che quella sera non si trovava a Torano, ma a casa in Vaticano. Questa presenza in Vaticano è stata confermata da Pietro Orlandi nel libro ‘Mia sorella Emanuela – Voglio tutta la verità’, scritto con Fabrizio Peronaci, giornalista del Corriere della Sera. Tuttavia, questo contraddice quanto affermato da Meneguzzi nel 1985 e ribadito in Commissione, secondo cui il giorno prima della scomparsa di Emanuela, si trovava a Spedino con la moglie e la figlia, insieme a zia Anna”.

“È chiaro – ha concluso Nicotri – che la telefonata di Ercole a Meneguzzi a Roma, piuttosto che a Spedino, suggerisce che Ercole fosse convinto che Mario fosse a Roma e non a Torano. Questa convinzione è logica se zia Anna si trovava in casa in Vaticano e non a Torano con Meneguzzi”.

In sintesi, secondo Nicotri, “la telefonata di Ercole a Mario non era per avvisarlo che Emanuela non era tornata a casa, ma per chiedergli se avesse sue notizie, se l’avesse vista e dove potesse essere. Ma come poteva Meneguzzi avere informazioni su Emanuela se non l’aveva eventualmente accompagnata dopo la scuola?”.