Perché il mieloma multiplo smette di rispondere alle terapie? Un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) ha indagato questo interrogativo, scoprendo un meccanismo innovativo alla base della resistenza alle cure e identificando un potenziale punto debole del tumore, utile per migliorare l’efficacia terapeutica. Lo studio ha rivelato che le cellule mielomatose sfruttano la proteina NRF1 come una sorta di centralina operativa, capace di riorganizzarsi in risposta ai farmaci, sviluppando così una resistenza.
Scoperte e Implicazioni Terapeutiche
Il ruolo cruciale di NRF1 è emerso dall’analisi di campioni prelevati da pazienti, confermato successivamente attraverso modelli sperimentali. Bloccando questo meccanismo, i ricercatori hanno osservato una significativa riduzione della massa tumorale e un aumento della sopravvivenza. Questi risultati, pubblicati nella rivista scientifica internazionale Blood, dimostrano la possibilità di trattare un bersaglio precedentemente considerato non trattabile, aprendo la strada a nuove strategie terapeutiche per una malattia ancora difficile da curare.
Il lavoro di ricerca, guidato da Giacomo Corleone e Maurizio Fanciulli, direttore del laboratorio di Espressione Genica e Modelli Oncologici dell’IRE, rappresenta un esempio concreto di ricerca traslazionale, volto a connettere i risultati di laboratorio con applicazioni cliniche pratiche. Il mieloma multiplo, tumore del sangue che colpisce le plasmacellule del midollo osseo, presenta circa 6.000 nuove diagnosi all’anno in Italia. Nonostante i recenti progressi terapeutici, la malattia rimane cronica e caratterizzata da ricadute e resistenza alle cure.
Il Ruolo di NRF1 nella Resistenza
“Uno dei pilastri della terapia – ha dichiarato Maurizio Fanciulli – è il bortezomib, un farmaco che inibisce il proteasoma, il sistema di smaltimento dei rifiuti cellulari. Tuttavia, nel tempo, le cellule tumorali riescono ad aggirare questo blocco. Quando il proteasoma è inibito, NRF1 viene attivata, permettendo alle cellule di riorganizzarsi e tollerare l’accumulo di proteine, assicurando così la loro sopravvivenza nonostante il farmaco.”
“Colpire NRF1 con farmaci tradizionali si è dimostrato complesso – ha aggiunto Giacomo Corleone, co-autore dello studio. – Tuttavia, abbiamo identificato un punto vulnerabile: una sequenza di DNA che regola la sua attività. Intervenendo su questo interruttore con molecole antisenso, già utilizzate in altri ambiti medici, siamo riusciti a ridurre l’attività di NRF1, rallentando la crescita tumorale e potenziando gli effetti del bortezomib.”
“Il valore di questa scoperta – ha concluso Giovanni Blandino, Direttore Scientifico ff dell’IRE – risiede non solo nel bersaglio molecolare identificato, ma anche nel metodo adottato: campioni di pazienti, analisi genomiche avanzate, esperimenti funzionali e validazione in modelli animali rappresentano un percorso di ricerca traslazionale completo, capace di trasformare intuizioni biologiche in strategie terapeutiche concrete.”
Come evidenziato in un commento scientifico su Blood, questa ricerca apre nuove possibilità per colpire bersagli ritenuti finora non trattabili, intervenendo sui meccanismi che li regolano piuttosto che sulle proteine stesse.
Il progetto è frutto di una collaborazione multidisciplinare che ha coinvolto diverse unità di ricerca e cliniche dell’Istituto Regina Elena, dell’Istituto Dermatologico San Gallicano, dell’Università Sapienza di Roma e di altri centri italiani. Si ringrazia la Fondazione AIRC per il supporto ricevuto.